Quando celebriamo il Corpus Domini, che cosa celebriamo concretamente?

Anzitutto è la memoria del Gesù storico. Quel corpo in cui Dio si è fatto uomo, si è manifestato, si è reso parola, una parola che opera ciò che dice: il Vangelo di questa domenica inizia dicendo che Gesù “prese a parlare alle folle del regno di Dio e a guarire quanti avevano bisogno di cure”. L’annuncio del regno è seguito dai segni concreti.

Celebriamo dunque quel corpo umano di Gesù che ha ascoltato il grido di dolore di tanti uomini e donne: ammalati, peccatori, esclusi dalla società e dalla religione. Si è preso cura dei loro corpi umani e delle loro anime in pena, bisognose di compassione, e lui le ha ascoltate, guarite, sanate, salvate dal dolore, le ha reintegrate nella società e gli ha ridato dignità.

Nel Vangelo si parla della moltiplicazione dei pani e dei pesci, ma c’è una fame ancora più importante di quella fisica: è la fame esistenziale, che ci fa essere sempre cercatori di amore e di verità.

Sapere che qualcuno ci pensa, ci vuol bene, ci ama così come siamo, a prescindere dai nostri pregi o difetti. Questo è l’amore di Gesù per il corpo umano: egli ha guardato al cuore e ha donato amore e salvezza a tutti.

Quel Corpus Domini, in carne ed ossa, si rende ancora presente in forma sacramentale, nell’Eucarestia. Continua così ad essere tra di noi, anzi di più: in noi!

 “Fate questo in memoria di me”, ci dice S. Paolo nella seconda lettura. È il suo corpo sempre a nostra disposizione. Ogni volta che ci nutriamo di lui possiamo diventare sempre di più lui. Non possiamo più relazionarci col quel corpo fisico di Gesù di oltre 2'000 anni fa, ma ogni giorno, ogni qual volta lo vogliamo, possiamo nutrirci del suo corpo presente in mezzo a noi nel mistero dell’Eucarestia. Attraverso questa comunione gli permettiamo di entrare in noi e di renderci più belli dal di dentro. Non vuole fare operazioni di make up esterno, perché vuole renderci belli dentro. 

Celebrare il Corpus Domini, infine, è anche un impegno e una responsabilità a riconoscerlo nel corpo degli altri. Oggi è la Giornata Mondiale del Rifugiato e non posso non pensare che abbia preso il corpo di ogni uomo, donna e bambino che è in cerca di una casa, di una patria, di un po’ di pane e di rifugio.

È questo il Corpo di Cristo che oggi ci chiede accoglienza, per entrare in comunione con noi. Non ci basta la comunione eucaristica con Gesù, se poi rifiutiamo la comunione col suo corpo vivente.

Ai discepoli che dissero: “Congeda la folla perché vada nei villaggi a trovare cibo”, Gesù rispose: “Date voi stessi da mangiare”. Volevano deresponsabilizzarsi, come a volte facciamo noi, quando davanti alle stragi nel Mediterraneo, o davanti alle frontiere chiuse da “Stati fortezza” – che però sono ben capaci di sfruttare le politiche internazionali e la sofferenza altrui – facciamo finta che non ci riguardi.

Oggi il Corpo di Cristo dobbiamo riconoscerlo in ogni rifugiato che chiede accoglienza. Non ci sono differenze tra rifugiati. Non ci sono classifiche di dolori o sofferenze più dignitose di altre.

Come comunità ci stiamo impegnando insieme ad altre associazioni cittadine a tenere alta l’attenzione sull’accoglienza, sulle politiche migratorie Europee, e sulle morti nel Mediterraneo, che purtroppo continuano ad aumentare nel silenzio generale. Il libro che in questo weekend sarà esposto in chiesa è uno dei 10 contenenti i nomi delle persone – oltre 45'000 – morte nel mediterraneo. Quando andiamo al mare a farci il bagno nelle acque del Mediterraneo dovremmo riflettere che quell’acqua è un cimitero di corpi. Quell’acqua conserva sul suo fondale il corpo di Cristo che cercava salvezza e accoglienza, ma ha trovato rifiuto e morte.

Il nutrirci di Cristo, pane eucaristico, fonte di vita, deve farci sentire sempre più la sofferenza di coloro il cui corpo è stato schiavizzato, abusato, martoriato e ucciso.

Non c’è fede in Cristo senza amore per il prossimo. Ce lo ha detto Lui stesso.

È questo il senso della nostra fede ed è questo il cuore del Vangelo.

Buona domenica

P. Antonio