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Abitare il vuoto

Mi hanno regalato un libro: “Non ti manchi mai la gioia”, di Vito Mancuso. Molto bello. Lo consiglio.


L’autore, ad un certo punto del suo ragionamento, in cui descrive un itinerario di liberazione, scrive:

“Il terzo pensiero giusto consiste nel non voler riempire il vuoto interiore ma nel volerlo custodire come tale, lasciandolo sussistere come vuoto”. E ancora: “…si tratta di non lasciarsi intrattenere (intra-tenere, tenere dentro) dalla potentissima e abilissima industria dell’intrattenimento… ma a tenere per noi il nostro intra, il nostro dentro”.


Questo passaggio mi è particolarmente piaciuto perché lo sento come il pericolo – e la fatica – maggiore per me e per tutti noi nel nostro contesto culturale. Rischiamo di essere riempiti di suoni, di immagini, di presenze estranee, di bisogni e, alla fine, di tanta insoddisfazione. Abbiamo bisogno di imparare a gestire il silenzio, a convivere con l’assenza, il vuoto, fisico ed esistenziale. Abbiamo bisogno, in una parola, di imparare a star bene con noi stessi e a trovare dentro quel che purtroppo, spesso, cerchiamo fuori.


Penso che questa condizione sia quella di base e la fondamentale per fare spazio per accogliere Dio, non solo “a Natale”, ma ogni giorno. Fare spazio per sentire il bisogno di una presenza. Fare spazio per vivere l’attesa. Fare spazio per preparare una culla interiore che sappia accogliere Colui che ci accoglie.


Il tempo di Avvento è un tempo di prova, un campanello che ci ricorda questa dimensione essenziale del nostro essere.


Buon cammino a tutti.

P. Antonio

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