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Vivere o sopravvivere?

Da quando nasciamo non abbiamo altra preoccupazione che quella di nutrirci. Che sia bevendo latte o mangiando una bistecca, nell’uno e nell’altro caso la motivazione di fondo è sempre la stessa: vivere.


Mentre per milioni di persone il cibo è un bene raro, nella nostra società europea – sazia e ricca – sta crescendo la sensibilità per non sprecare il cibo.


Ci sono poi le tante filosofie legate alla nutrizione salutare, sia del corpo che della mente. Alla base c’è sempre il bisogno di tenere in vita qualcosa.


Corpo, mente…e l’anima?


Non siamo fatti solo per sopravvivere, per tenere in vita delle membra o una buona memoria. Siamo fatti per amare, per donare, per sognare, per l’eternità.


Gesù lo ha fatto capire ai suoi discepoli quando, usando l’immagine del pane spezzato, ha insegnato loro cosa vuol dire amare fino in fondo, fino alla fine, fino all’estremo.


In questa simbologia – molto più che una metafora – troviamo una “ricetta” per un cibo che sazia totalmente, che accomuna tutte le tradizioni, le culture, le menti e i cuori. È la ricetta della vita eterna, grazie ad un cibo non materiale (perché solo l’immateriale può dare l’eterno).


“Mangiare” di Cristo vuol dire identificarsi con lui. È molto di più che una liturgia. Nutrirsi “del corpo di Cristo” non è fare la comunione (altrimenti più ne mangiamo, più vita eterna avremo). Ma è un cammino (1 lettura: “Ricordati di tutto il cammino che il Signore ti ha fatto percorrere”) verso una graduale e lenta identificazione, affinché noi diveniamo Lui e Lui viva in noi.


Siamo mendicanti di affetto, assetati di amore, affamati di riconoscimento. Quante volte ci sembra che la vita abbia un senso solo perché chi ci sta accanto ci vuole bene, ci dimostra il suo affetto, il suo compiacimento, la sua stima. Non c’è nulla di più precario che elemosinare affetto in chi non ne ha neanche abbastanza per sé. Quella è una lotta per la sopravvivenza.

Ma a noi viene promesso un cibo eterno, perché vogliamo vivere non sopravvivere.

Ripeto: non è questione di liturgie e di quantità di ostie mangiate. È questione di identità, di identificazione, di imitatio Christi, di sequela, di incarnazione, di lasciarlo vivere in noi. Solo allora la mia vita, pur esternamente ancora di carne, diverrà eterna, perché Lui è vita eterna.

Buona festa del Corpus Domini


P. Antonio

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