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Il miracolo dell'incontro: due realtà di comunità che si connettono nella condivisione

22 ore fa
Tempo di lettura: 4 min

Autore: Carlos Andrés Méndez Chávez · Casa San Antonio (Ceuta)


Sono stato testimone del miracolo dell'incontro nella festa patronale della Madonna degli Emigrati. Non per caso nostra Madre ci ha riuniti, e con uno scopo. Ho visto sorrisi, balli, allegria, cibo condiviso, persone attente nel servizio, che cucinavano e distribuivano i biglietti… tutto per raccogliere fondi per il progetto Casa San Antonio, a Ceuta.

Quando mi sono alzato per parlare di San Antonio, avevo tante cose in testa. Ho guardato tutti seduti a tavola, mentre mangiavano, con quel rumorio carino che si crea quando la gente dialoga. Per un istante ho fatto come se il tempo rallentasse, è stato prezioso quel momento: ho chiuso gli occhi e ho pensato a tutto ciò che si era fatto perché il miracolo accadesse, l'incontro con l'altro con una scusa sacra, il cibo. E ho visto gratitudine. È stato, senza dubbio, un incontro meraviglioso di una comunità unita per una causa.

In piedi sul palco, rappresentavo la voce di tutte le persone che si trovano nella Casa San Antonio. E ho sentito come se si aprisse un portale: ho visto due comunità nello stesso momento, la Missione Cattolica di Lingua Italiana e la Casa San Antonio - Ceuta. Era come se le persone che stanno nella nostra casa fossero nello stesso luogo, perché non c'è nessuna differenza quando ci si incontra, quando si celebra, quando si dialoga. Esiste solo la capacità di lasciarsi incontrare dall'altro e di condividere. Mi sono riempito di gioia, perché sembrava di essere in un'orchestra, e la melodia era armoniosa.

Ciò che ho vissuto lì è un segno di quello a cui la Chiesa ci invita: la cultura dell'incontro. Papa Francesco ci ha invitato a "far crescere la cultura dell'incontro" fino ad arrivare a "un noi sempre più grande", e a guardare la società come un poliedro, in cui le differenze convivono "integrandosi, arricchendosi e illuminandosi a vicenda" (Fratelli tutti, 215).

 

Per questo, cara comunità di Berna, voglio condividere con voi che, anche se ora viviamo nell'incertezza e in momenti difficili, la Casa San Antonio resta un luogo dove non solo si dorme: si rinasce. Le persone, quando entrano dalla porta della nostra casa, non escono uguali. Le abbiamo viste, le abbiamo accompagnate, hanno mangiato; ma lo dico sempre: non si tratta solo di dare da mangiare, ma dell'incontro che c'è nel condividere; non è curare per curare, è curare la dignità che è stata ferita e colpita.

Non immaginate il sorriso e l'attenzione quando seguono le lezioni di spagnolo; né ciò che succede quando arriva il momento di mettere la musica: si balla, balliamo tutti. Credo che per un po' ci dimentichiamo dei problemi, ci guardiamo negli occhi e sorridiamo.

Non siamo diversi: tutti cerchiamo un posto tranquillo e con opportunità, tutti vogliamo giocare, riposare, lavorare, sognare e migliorarci ogni giorno. Siamo uguali in dignità. Per questo, con tutti i limiti e le difficoltà che possiamo incontrare, vi assicuro che la nostra casa offre il rispetto della dignità di ogni persona.

Sappiamo che non possiamo risolvere la vita di chi accogliamo, ma possiamo fare in modo che si sentano riconosciuti come persone, e che loro stessi si sentano responsabili di sostenere la casa. E la sostengono. Come qui, a Berna, la sostenete voi: perché il miracolo accada servono persone impegnate, e le ho viste, gente che sosteneva tutto un programma, ognuna con la sua responsabilità, perché l'accoglienza fosse davvero accogliente. Nella Casa San Antonio, come qui, non si può andare avanti senza persone che si impegnino. Da qui l'orgoglio che provo per le lavoratrici e per i volontari dell'ASCS, che hanno messo mente, cuore e mani per rispondere non con un mero assistenzialismo né per un impulso emotivo, ma con umanità e dignità, coinvolgendoci tutti in tutto, con responsabilità. Senza questo, il miracolo dell'incontro sarebbe impossibile.

 

 

Perché il terreno dell'altro, il suo spazio, è sacro, e bisogna prepararsi ad accogliere con dignità, in una relazione reciproca: sapendo che dare è un dono incondizionato, ma riconoscendo anche l'altro come qualcuno che può offrire qualcosa che gli appartiene. Ed è lì che tutto è connesso: il nostro spazio, la nostra casa, le nostre relazioni. Il miracolo dell'incontro, per mano di nostra Madre, ha fatto sì che ci collegassimo con la nostra comunità del Nord Africa, Ceuta.

E poi il miracolo continua. Il numero non è stato un ostacolo per mantenere l'essenza della casa: ciò che vivevamo con dieci persone lo viviamo ora con quasi cinquanta, e con più di cento docce al giorno organizzate in modo dignitoso, e con un luogo d'incontro dove si dialoga. Non possiamo offrirlo a tutti, ma con il poco che offriamo basta perché accada il miracolo dell'incontro nell’accogliere: l'incontro con l'altro in modo degno e umano, come figlio e figlia di Dio, creati a sua immagine e somiglianza (Gen. 1,26). Perché, come diceva Scalabrini, siamo chiamati a “fare patria dell’uomo i mondo”.

Ed è proprio questo che ho vissuto qui, cara comunità: mi sono sentito accolto; e non solo io, ma tutta la Rete del Segretariato di Migrazioni della diocesi di Cádiz e Ceuta, che attraverso il SIMN (la Rete Internazionale Scalabriniana di Migrazione, Europa-Africa) ha reso possibile l'incontro tra le nostre due comunità. Siamo diventati una famiglia.

Facciamo nostro il desiderio del vangelo di Giovanni: "che tutti siano uno" (Gv. 17,21). Per questo, come le persone che accogliamo a San Antonio, anche noi siamo migranti in cerca di una vita dignitosa. Incontrando l'altro non pretendiamo di essere salvatori: siamo, semplicemente e straordinariamente, persone che accompagnano un tratto del cammino. Ed è così che avviene il miracolo dell’incontro: “migranti con i migranti”. Siamo diventati una famiglia.


Autore: Carlos Andrés Méndez Chávez · Casa San Antonio (Ceuta)


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